Perché le diete classiche non sempre funzionano. La differenza: il Diet Coach.

Perché le diete classiche non sempre funzionano. La differenza: il Diet Coach.

Partendo dall’analisi dei risultati delle numerose diete sul mercato, quello che emerge è che tutte sono efficaci, ma nessuna funziona veramente.

Le persone che seguono una dieta riescono a perdere peso e a fruire per un periodo degli effetti benefici del dimagrimento, ma il problema che sorge è a livello del mantenimento del risultato. Spesso le persone riescono a perdere anche molti chili, ma nel corso del tempo facilmente li riprendono tutti se non di più.

Se prendiamo in riferimento gli studi sulla compilance terapeutica, ovvero i dati relativi all’aderenza alla dieta da parte del cliente, i dati risultano essere sconcertanti. Solo il 10% delle persone che segue una dieta mantiene le abitudini alimentari corrette nel corso del tempo.

Se, invece, diamo uno sguardo a quanto le persone seguano le indicazioni di medici e non, che prescrivono i cosiddetti farmaci miracolosi, i risultati salgono all’80%. La pillola della perfetta forma fisica, purtroppo, non esiste.

 

Questo mi porta a riflettere sui problemi che insorgono nel seguire un piano dietoterapeutico.

Ogni giorno ci troviamo di fronte a nuovi programmi ginnici e dietetici che promettono miracoli: ventre piatto, eliminazione di cellulite, glutei marmorei.

 

Uno dei problemi alla base, è l’idea comune che per avere una buona forma fisica bisogni arrivare all’esasperazione, al sacrificio infinito. Questo porta molte persone che seguono un programma di dimagrimento, dopo un po’, allo scoraggiamento di riuscire a raggiungere l’obiettivo prefissato.

Ritengo, quindi, che continuare ad utilizzare gli stessi modelli, le stesse diete miracolose, senza dare la giusta importanza a cosa stia dietro il problema del mantenimento, porti le persone che seguono una dieta alla solita delusione, all’esasperazione verso l’insuccesso con conseguenti stati depressivi e perdita di autostima.

Quello su cui non si focalizzano i programmi dietoterapeutici classici è la difficoltà che insorge in una persona tanto da mollare anche l’ennesimo tentativo. Il rischio è perdere di vista la persona stessa, alimentando, così, il senso di incapacità personale e togliendo l’attenzione sulla responsabilità e sulla capacità dell’individuo ad affrontare il problema.

Se si continuano a fare diete basate solo sullo sforzo e sul controllo, è naturale che queste risultino fallimentari.

La mia opinione è che durante il percorso terapeutico sia di fondamentale importanza far emergere risorse e lavorare sulle difficoltà che bloccano la persona nel raggiungimento del peso forma.

Il programma di Diet Coaching si propone come soluzione innovativa, in quanto accompagna la persona nel suo recupero del peso ideale sostenendola, motivandola e facendo emergere le risorse e le responsabilità che sono alla base del cammino verso il benessere.

 

I nostri clienti vengono seguiti dal punto di vista alimentare da uno specialista della nutrizione, il quale tenendo presente l’obiettivo dietoterapeutico aiuta la persona a recuperare le abitudini sane basate non solo sulla rinuncia, ma anche sul piacere del cibo e sulla responsabilizzazione della persona.

Di fianco, la mia figura accompagna le persone in questo percorso, dove offro uno spazio nel quale la persona che affronta lo stress della dieta possa dar voce alle convinzioni limitanti, alle difficoltà che incontra e, soprattutto, possa rendersi attore attivo del cammino verso la sua nuova vita Ri-scoprendo le risorse interne che possiede.

Il risultato di questo lavoro a sei mani (il coach, il nutrizionista e il cliente), è tanto il raggiungimento del peso forma quanto il mantenimento di uno stato di benessere psico-fisico.

 

Dott.ssa Serena De Felice
Psicologa e life coach
 

 

 

“Un viaggio con loro e per loro” attraverso il Karate-do. Da arte marziale a disciplina educativa e sportiva socialmente accettabile.

“Un viaggio con loro e per loro” attraverso il Karate-do. Da arte marziale a disciplina educativa e sportiva socialmente accettabile.

Un passo lungo un cammino

E’ da più di un anno che coordino e partecipo a questa fantastica iniziativa pilota.  Con grande piacere ho intrapreso questo nuovo cammino e sono consapevole di aver imparato molto in questo periodo, soprattutto ho maturato la certezza che in questo lavoro è necessario possedere una grande professionalità equamente divisa tra la competenza tecnico-sportiva e quella psico-pedagogica. Ho avuto la fortuna di affiancare prima di tutto una persona di gran valore oltre che un atleta formidabile: Fabio.

Grazie al supporto delle due società sportive che insieme a noi hanno creduto in questo progetto, abbiamo avuto l’opportunità di sperimentarci e di condividere le nostre conoscenze per trovare il modo migliore per insegnare e seguire lo sviluppo sportivo dei nostri piccoli atleti.

Come docente psico-educativa ho dedicato parte delle mie competenze e del mio tempo ad affiancare Fabio nelle lezioni di karate con entusiasmo e umiltà.

Obiettivo principale è stato il potenziamento delle abilità motorie, di espressione di sé e dei propri vissuti e lo sviluppo di metodologie mirate all’autonomia del bambino con deficit visivo. Grazie all’integrazione con una bambina vedente abbiamo sperimentato un progetto di karate integrato tra bambini con disabilità visiva e non. Questo è un grande traguardo perché inizia a lanciare gli ami per un progetto più ampio che riguarderà il confronto con altri ragazzi nelle competizioni sportive.

Con grande gioia e soddisfazione ho intrapreso questo cammino “con loro e per loro” e con grande soddisfazione ho visto modificare pian piano la loro attenzione al corpo, in particolare alla stabilità o grounding, alle regole imposte sul tatami, al rispetto dell’altro e di chi li guida in questo cammino.

Un ringraziamento speciale va a chi ci ha sostenuto in questo cammino e ci ha permesso di realizzare tutto ciò. Grazie a Giuliano Frittelli presidente dell’Unione Italiana Ciechi di Roma, a Roberto Remoli presidente dell’A.S.D. Disabili Roma 2000 e a Davide Reggiani dell’A.S.D. Karatemantova, perché hanno creduto in questo progetto e ci hanno fornito i mezzi per proseguirlo.

Ci tengo inoltre a sottolineare l’impegno dei genitori che hanno accompagnato i figli in questo percorso nuovo credendo con noi che SI PUO’ FARE!

 

Quali stimoli dare al bambino che fa sport ?

Il bambino ricava piacere da ciò che fa. Lo motivano il confronto con i coetanei, la verifica dei progressi, la consapevolezza di poter affrontare nuove situazioni, la padronanza dei propri gesti, il rapporto con l’adulto che lo sa guidare e apprezzare per ciò che fa.

Per quanto riguarda lo sport, il bambino è portato per natura al gioco, a misurarsi, a competere per sentirsi più abile degli altri. Ha tutti gli stimoli necessari, ma ha bisogno di esprimerli in libertà, senza troppi schemi e l’obbligo di ottenere per forza il risultato. Il bambino più grande, trova stimoli dal bisogno di differenziarsi e dal desiderio di raggiungere le abilità e i traguardi possibili, di scoprire e sperimentare i propri limiti, di verificare i miglioramenti e di essere apprezzato per ciò che si impegna a fare. Passa, quindi, a motivazioni sempre più interiorizzate e personali che, in definitiva, costituiscono il legame più solido con lo sport.  Vuole sentirsi riconosciuto per le proprie capacità e aspettative e per come sa affrontare e modificare la realtà che lo circonda.

Se vogliamo usare tutte le sue motivazioni è importante offrirgli l’opportunità di contare per quello che fa, non forzandolo, ma chiamandolo a cooperare e lasciandolo sperimentare, lasciandogli spazi perché possa decidere e creare, e dandogli sempre nuovi obiettivi da raggiungere.

Dott.ssa Serena De Felice

Cos’è il coaching

Cos’è il coaching

“Non puoi insegnare qualcosa ad un uomo. Lo puoi solo aiutare a scoprirla dentro di sé.” Galileo Galilei.

Il coach è un professionista e aiuta il coachee (il cliente) a definire gli obiettivi che la persona desidera raggiungere. Il coach ha il compito di supportare la persona attraverso la conoscenza delle proprie emozioni, attese, aspirazioni ed energie. Lo scopo del life coaching è il raggiungimento di un maggiore equilibrio interiore globale e la realizzazione di sogni e obiettivi desiderati dal coachee. Il coach non dà consigli propri, non valuta, non giudica mai, non offre lui stesso le soluzioni ma aiuta il coachee a trovare le “sue” soluzioni in sintonia con le proprie aspirazioni e lo stimola a prendere le decisioni che faranno fare un salto di qualità alla sua vita.

Si confrontano i vari momenti della vita: passato e momento attuale. Si stabiliscono i cambiamenti per andare verso il futuro desiderato (vedi Ecologia di Vita). Il coach aiuta a fare chiarezza nei settori della vita e a trovare la propria direzione su come muoversi per il miglioramento.

Il coaching mira al raggiungimento della qualità di vita in qualunque ambito: migliorare i propri stati d’animo, i rapporti interpersonali, affettivi, familiari, lavorativi; aumentare la propria energia, trovare maggiore sicurezza e determinazione, apportare dei cambiamenti che possano migliorare lo stato vitale e quindi la qualità della vita.

Alcune delle possibili aree di miglioramento riguardano:

  • Consapevolezza dei bisogni personali
  • Consapevolezza delle proprie capacità e risorse
  • Chiarezza dei propri obiettivi a breve e lungo termine
  • Sviluppo di risorse personali e di nuove capacità
  • Autoefficacia
  • Autostima
  • Motivazione
  • Leadership
  • Capacità Comunicative
  • Capacità Relazionali
  • Capacità di Ascolto
  • Gestione delle Emozioni
  • Gestione dello Stress
  • Gestione del Tempo
  • Apprendimento
  • Negoziazione
  • Problem Solving
  • Gestione del Cambiamento
  • Superamento di convinzioni limitanti e autosabotaggi
  • Facilitazione del pensiero strategico, riflessivo, decisionale
  • Orientamento scolastico e professionale
  • Bilanciamento tra vita privata e lavorativa

 Il coaching di per sé non è da considerarsi terapia in quanto non ci si focalizza sui problemi passati, ma pone le basi per apportare cambiamenti utili e produttivi al cliente nel qui e ora.  

Il coaching, essendo svolto da una professionista psicologa, offre il vantaggio al cliente di avere una maggiore sicurezza in termini di privacy, di eticità professionale e di competenze relazionali.

Progetto Diet Coaching

Ho programmato in collaborazione con una professionista della nutrizione un percorso di diet coaching“ al fine di migliorare sia la forma fisica che lo stato psico-fisico che incide fortemente nel mantenimento e nel raggiungimento del peso ideale. In questo modo il cliente è seguito durante la perdita di peso ed è sostenuto a livello psicologico al mantenimento dell’obiettivo. Ciò che ne consegue è il miglioramento della propria immagine, autostima, salute e stile di vita.

Mese del benessere psicologico

Mese del benessere psicologico

In occasione del mese del benessere psicologico, sarà possibile prenotare il primo colloquio gratuito presso le sedi di Napoli (via Melisurgo 44) e Roma (Piazza Crati 15).

L’iniziativa è finalizzata a diffondere un’adeguata cultura del benessere psicologico e a sensibilizzare verso l’importanza della prevenzione del disagio psichico. A questo scopo si intende favorire l’incontro fra la la cittadinanza e lo psicologo attraverso la divulgazione di corrette informazioni circa il ruolo e le competenze di queste figure professionali, spesso circondate da pregiudizi tanto infondati quanto radicati. Il colloquio con un professionista può essere l’occasione per approfondire aspetti importanti della propria vita che sono stati messi da parte e trascurati. Può anche rappresentare l’opportunità per capire cosa succede nello studio di uno psicologo, come “funzionano” gli incontri, i tempi e gli strumenti utilizzati.

Non perdete l’opportunità di prendervi cura della vostra mente e di voi stessi!

Per fissare un appuntamento, telefonare alla Dott.ssa Serena De Felice al numero  320.7938496

Perchè lo psicologo?

Perchè lo psicologo?

 

  • Problematiche esistenziali (“chi sono?”, “dove sto andando?”, “che senso ha la vita?”)
  • Difficoltà a prendere decisioni (“la lascio o resto con lei?”, “che università scelgo?”, “mi dovrei licenziare?”, “dovrei cambiare città?”)
  • Evitare di cadere sempre negli stessi sbagli (“perché mi metto sempre con persone così?” “come va e come viene resto sempre fregato/a!”)
  • Periodi di ansia/stress/agitazione, attacchi di panico, fobie
  • Problematiche relazionali (“perché litigo sempre con tutti?”, “perché non riesco a farmi amici?”), timidezza
  • Problematiche relative alle emozioni (“perché non ce la faccio a trattenere la rabbia?”, “perché arrossisco sempre?”, “perché non riesco a parlare in pubblico?”)
  • Difficoltà sessuali (problemi di erezione, eiaculazione precoce, frigidità, cali della libido e del piacere)
  • Disturbi dell’umore (depressione, nervosismo, scatti d’ira)
  • Problematiche legate al cambiamento (divorzi, separazioni, trasferimenti, cambio lavoro)
  • Psicologia della personalità: conoscersi di più, capire il proprio carattere, studio della personalità
  • Training autogeno per la persona o gruppi
  • Sostegno e assistenza psicologica in caso di diagnosi di minoranza visiva, alla famiglia e all’individuo
  • Psicologia dello sport ( Autoefficacia e prestazione sportiva, sport e consapevolezza, controllo livello di attivazione pre-gara, obiettivi di perfomance)


 

Scoprire la disabilità visiva

Scoprire la disabilità visiva
Scoprire la disabilità visiva del proprio figlio può essere traumatico per i genitori quando sono lasciati soli. Le risposte emotive sono molteplici. Molti genitori riferiscono che allo shock iniziale segue una grande tristezza. Al dolore possono aggiungersi sensi di colpa, soprattutto nella madre, come se la disabilità potesse essere una conseguenza di un qualche comportamento errato durante la gravidanza. Non mancano a volte ansie e paure legate al futuro che il piccolo dovrà affrontare. Alcuni genitori sperano che la diagnosi possa rivelarsi errata o che un “miracolo medico” possa restituire loro il bambino “sano” che avevano sognato. In questa situazione le famiglie potrebbero sentirsi sole ed inadeguate. I genitori di bambini disabili visivi possono invece avvalersi di esperti specializzati nella riabilitazione ed esperti capaci di aiutare ed elaborare le emozioni conseguenti alla scoperta del deficit del loro bambino, per evitare di assumere atteggiamenti di rifiuto o negazione della minorazione che possono influenzare negativamente lo sviluppo del bambino stesso. Anche l’incontro con altre famiglie che vivono esperienze simili può essere di grande aiuto per non sentirsi soli, per sentirsi compresi, per confrontarsi rispetto alle difficoltà che quotidianamente si incontrano. In questa fase è molto importante che i genitori operino in collaborazione con altri genitori e con professionisti preparati e sensibili che possono dar loro preziose indicazioni rispetto ai comportamenti più opportuni e alle strategie più efficaci da adottare. La relazione mamma-bambino, sopratutto, costituisce un elemento rilevante per favorire lo sviluppo motorio all’interno del mondo circostante. Interventi adeguati, attuati in età precoce, possono consentire di evitare i danni secondari al deficit visivo e favorire uno sviluppo adeguato nelle diverse aree. I genitori sono dunque i primi a poter creare occasioni di crescita per il proprio bambino organizzando lo spazio casalingo in modo adeguato e fornendo al piccolo esperienze e stimoli che possano permettergli di raggiungere il massimo grado di sviluppo possibile. E’ molto importante l’opera di supporto alle famiglie in questo difficile compito attraverso la fornitura di alcune indicazioni di base che possano favorire, fin dalla primissima infanzia, un clima di accettazione e una relazione positiva e serena con il figlio. Le famiglie di bambini con minorazione visiva si trovano ad affrontare difficoltà che riguardano la gestione quotidiana, la comunicazione, l’alimentazione, il gioco. Tutti i genitori hanno bisogno di tempo per imparare a conoscere il proprio bambino; a maggior ragione di fronte a qualche disabilità visiva che presenta esigenze specifiche. I genitori – oltre a tutta la cerchia famigliare – sono le prime persone che possono creare valide opportunità alla crescita del proprio figlio costruendo intorno a lui un ambiente il più possibile ricco di opportunità e di stimoli per consentire il massimo sviluppo delle sue potenzialità. Dal momento che la disabilità interferisce con le possibilità del piccolo di interagire con la realtà circostante, un intervento precoce ed efficace deve svilupparsi all’interno di tre ambiti fondamentali. 
 
  1.  Il contesto relazionale: che si riferisce all’insieme dei rapporti tra il bambino e il mondo esterno. La mamma e tutte le persone coinvolte nell’educazione del piccolo devono favorire il più possibile i contatti con le persone e gli oggetti dell’ambiente.

  2.  Il potenziamento compensativo: che consiste nell’aumentare la quantità di stimolazioni rivolte al bambino, fornendogli stimoli uditivi, tattili, cinestesici (percezione del movimento) e plurisensoriali al fine di facilitargli il contatto con l’esterno, incentivare i processi attentivi, la consapevolezza di sé e dell’altro da sé, favorire l’interesse e la curiosità verso la realtà circostante nonché lo sviluppo di competenze di base per la ricerca e l’esplorazione

  3.  L’adattamento dell’ambiente: che consiste essenzialmente nel modificare e predisporre l’ambiente in modo che sia il più possibile adeguato alle esigenze del bambino e diventi quindi un elemento facilitatore nel processo di conoscenza della realtà circostante (ad es. si possono mettere giochi pendenti sulla culla, creare angoli con illuminazione di differenti colorazioni, creare percorsi tattili, ecc.).

    Il bambino con disabilità visiva, benché segua un percorso particolare nel proprio sviluppo, parzialmente differente da quello del bambino normo-vedente, in presenza di un ambiente affettivo favorevole e di stimolazioni adatte può fare molta strada e avere un’evoluzione normale. Tali condizioni positive possono permettere di ridurre considerevolmente gli effetti negativi della disabilità sullo sviluppo e sull’apprendimento.




    Dott.ssa Serena De Felice
 

Descrizione attività

Descrizione attività

Sono una Psicologa ad orientamento Gestaltico e Analitico Transazionale iscritta all’Ordine Regionale del Lazio. Membro della SIPEV (Società Italiana di Psicologia Evoluzionistica). Esercito, attività di coaching per il miglioramento della qualità della vita e il raggiungimento di singoli obiettivi.
Svolgo interventi di prevenzione, diagnosi e di sostegno psicologico rivolto alla persona, alla coppia e alla famiglia.
Inoltre mi occupo di consulenze nel settore riabilitativo, educativo e dell’autonomia delle persone con deficit visivo.
In particolare mi occupo di:

  • Training autogeno per la persona o gruppi
  • Sostegno e assistenza psicologica in caso di diagnosi di di deficit visivo alla famiglia e alla persona
  • Sostegno psicologico del paziente affetto da diabete
  •  Disturbi d‘ansia
  • Disturbi alimentari 
  • Disturbi psicosomatici (emicranie, alopecia, perdita di capelli….)
  • Disturbi sessuali (eiaculazione precoce, anorgasmia, vaginismo, scarso desiderio sessuale..)
  • Problematiche relazionali, di coppia, lavorative e scolastiche
  • Psicologia dello sport ( Autoefficacia e prestazione sportiva, sport e consapevolezza, controllo livello di attivazione pre-gara, obiettivi di perfomance)

Ricevo su appuntamento.
Contattami al 320.7938496 o tramite una mail all’indirizzo info@studiodefelice.org

 

 

 

Tariffe

Tariffe

 

 

Di seguito riporto il Testo Unico della Tariffa Professionale degli Psicologi approvata dal Consiglio Nazionale degli Ordini.

Art. 1 Per le prestazioni professionali, oltre al rimborso delle spese giustificate, sono dovuti allo psicologo iscritto alla sezione A dell’Albo, come stabilito dal D.P.R. 328/01, gli onorari indicati nell’allegata tabella.

Art. 2 Gli onorari minimi e massimi sono da intendersi annualmente adeguati sulla variazione del canone ISTAT minimo applicabile. Nelle convenzioni con soggetti pubblici e privati, che hanno ad oggetto prestazioni professionali da rendere a beneficio di intere categorie di soggetti, il minimo può essere diminuito entro il 25%.

 Art. 3 Per la determinazione dell’onorario fra il massimo e il minimo stabilito, si può avere riguardo a:

a) la complessità della prestazione richiesta;

 b) l’appartenenza del cliente a categorie a beneficio delle quali sono state stipulate convenzioni;

 c) l’urgenza della prestazione;

 d) la situazione socio – economica del cliente.

 Lo psicologo può ridurre l’onorario per le prestazioni non effettuate a causa del mancato rispetto dell’appuntamento da parte del cliente, ed eventualmente rinunciarvi se lo ritiene opportuno.

 

Art. 4 Gli onorari, a seconda delle modalità inerenti alla loro determinazione, sono distinti nei seguenti due tipi: 

a) onorari a percentuale, in ragione del valore dell’intervento;

 b) onorari a vacazione, in ragione del tempo impiegato.

 Per la determinazione del valore dell’intervento, va tenuto conto degli interessi sostanziali sui quali incide la prestazione professionale. Nella determinazione dell’onorario deve aversi particolare riguardo alla competenza specifica dello psicologo. Quando gli onorari non possono essere determinati in virtù di una specifica voce della tabella, si fa riferimento alle disposizioni contenute nelle presenti norme e nella tabella allegata che regolano casi simili o materie analoghe.

 Art. 5 Gli onorari dovuti allo psicologo per le prestazioni professionali non ricomprese nell’allegata tabella sono normalmente valutati a percentuale. In ogni caso, gli onorari devono essere valutati in ragione del tempo e computati a vacazione in quelle prestazioni professionali nelle quali il tempo concorrere come elemento precipuo di valutazione. Gli onorari a vacazione sono stabiliti per lo psicologo in ragione di 60 euro per ogni ora o frazione di ora. Salvo casi di effettiva maggiore prestazione professionale, non si possono calcolare più di otto ore sulle ventiquattro. Per le prestazioni rese in condizioni di particolare disagio, detti onorari possono essere aumentati fino al 40%.

 

Art. 6 Allo psicologo che per l’esecuzione dell’incarico ricevuto debba trasferirsi fuori studio sono dovute le spese di viaggio rimborsate nel loro ammontare maggiorato del 15% a titolo di rimborso delle spese accessorie; le spese di soggiorno, pernottamento e vitto in base alle tariffe di albergo di prima categoria con l’aumento del 10% a titolo di rimborso spese accessorie, nonché gli onorari relativi alle prestazioni effettuate e una indennità di trasferta da un minimo di 5 euro a un massimo di 15 euro per ogni ora o frazione per distanze inferiori a 100 Km.; nonché da un minimo di 3 euro a un massimo di 9 euro per ogni ora o frazione per distanze superiori a 100 Km.

 Art. 7 Qualora più psicologi siano stati incaricati in collegio di prestare la loro opera nel medesimo intervento, a ciascuno spetta un compenso determinato dividendo per il numero dei membri del collegio medesimo l’onorario unico aumentato del 40% per ogni professionista incaricato, salvo per l’eventuale coordinatore per il quale si applica la tariffa piena. A ciascuno spetta il rimborso delle spese giustificate e l’indennità.

 Art. 8 Per gli interventi iniziati ma non giunti a compimento ovvero nel caso di cessazione dell’incarico per qualsiasi motivo saranno dovuti gli onorari per l’opera prestata, comprendendosi in questa il lavoro preparatorio compiuto dallo psicologo. La sospensione per qualsiasi motivo dell’incarico dato allo psicologo non esime il cliente dall’obbligo di corrispondere l’onorario relativo alle prestazioni rese.

Art. 9 Qualora tra la prestazione e l’onorario previsto dalla tabella appaia, per particolari circostanze del caso, una manifesta sproporzione, possono, su conforme parere del competente Consiglio dell’Ordine, essere superati i minimi e i massimi tariffari rispettivamente della metà e sino alla decuplicazione.

Art. 10 Allo psicologo spetta un rimborso delle spese generali di studio in ragione del 10% sull’importo dell’onorario.

Art. 11 Per i giudizi arbitrali sono dovuti gli onorari stabiliti ai sensi e per gli effetti del D.M. 5 ottobre 1994 n. 585, e successive modificazioni e integrazioni.

 

Per maggiori dettagli rimando al sito http://www.ordinepsicologilazio.it/normative/-regolamenti_ordine/pagina25.html

 

Cos’è il Training Autogeno

Cos’è il Training Autogeno

 

Il Metodo del Training Autogeno fu ideato dal Dr. J.H. Schultz nel 1932.

Training significa “allenamento”, cioè l’apprendimento graduale di una serie di esercizi di concentrazione psichica passiva, particolarmente studiati e concatenati, allo scopo di portare progressivamente al realizzarsi di spontanee modificazioni del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell’attività organica, dell’equilibrio neurovegetativo e dello stato di coscienza. L’allenamento porta a modificazioni sempre più valide, precise e consistenti.


Autogeno significa “che si genera da sé”. Lo Stato Autogeno è una condizione di passività assoluta realizzata nella indifferente contemplazione di quanto spontaneamente accade nel proprio organismo e nella propria mente. In conseguenza dell’apprendimento di questo nuovo ed insolito atteggiamento si sviluppano spontanee modificazioni psichiche e somatiche di senso opposto a quelle provocate nella nostra mente e nel nostro corpo da uno stato di tensione, di ansia, di stress.

 

Gli esercizi del Training Autogeno si basano su una successione guidata di esperienze di concentrazione psichica che, per stadi, si focalizza sulle sensazioni di calma, di pesantezza, di calore e sulle sensazioni provenienti dai vari distretti corporei. L’apprendimento esperienziale di questi esercizi permette di acquisire, in breve tempo, la capacità di rilassarsi in qualsiasi momento e, in sintonia con le sensazioni provenienti dal proprio corpo, di sperimentare auto-controllo sulle funzioni altrimenti “involontarie” del proprio organismo (sulla distensione muscolare, la decontrazione vascolare, il respiro, il battito cardiaco e sulle funzioni degli organi addominali).

L’obiettivo implicito del Training Autogeno è arrivare ad uno stato di “commutazione organismica globale” mediante un allenamento regolare. In questo stato si prende coscienza dei processi fisiologici di distensione che avvengono nel proprio corpo: l’ipotonia (ossia il calo della tensione muscolare) viene vissuta come pesantezza e l’aumento dell’irrorazione sanguigna della pelle come calore.

 

Il Training Autogeno favorisce un riequilibrio funzionale dell’organismo nella sua globalità, a partire dal livello di tensione della muscolatura:  la riduzione dello stato di tensione della muscolatura globale (tono muscolare) ottenuta col training, così come l’attenuazione dello stato di veglia (vigilanza), sono facilmente misurabili con l’EMG – registrazione del decorso delle correnti attive muscolari – o con l’elettroencefalogramma (la registrazione del decorso delle correnti attive cerebrali).   

Attraverso un allenamento regolare, la distensione coinvolge un numero via via maggiore di fibre muscolari, le quali, a loro volta, comunicano questo stato di rilassamento a determinate regioni cerebrali per mezzo degli impulsi nervosi. Ciò comporta a sua volta il coinvolgimento nella distensione delle funzioni controllate da queste regioni del cervello, il che alla fine induce al rilassamento di altri gruppi muscolari, compresi quelli intestinali e vascolari.

Attraverso questo processo, il Training Autogeno è utile per:

  • Un più profondo e rapido recupero di energie

  • Autoinduzione di calma

  • Autoregolazione di funzioni corporee altrimenti involontarie

  • Miglioramento delle prestazioni

  • Diminuzione della percezione del dolore

  • Autodeterminazione

  • Introspezione e autocontrollo    

La pratica del Training Autogeno rende così possibile ridurre gli effetti dello stress sul nostro organismo, imparare a modificare la percezione del dolore fisico, affrontare meglio situazioni cariche emotivamente o fonte di ansia, migliorare il tono del proprio umore, recuperare energie e sviluppare una più profonda e funzionale esperienza di sé stessi e del proprio corpo. L’esperienza del training autogeno non richiede alcuno sforzo fisico e, con pochi minuti al giorno di esercizio tra un incontro e l’altro, assicura buoni risultati.