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Chi sono

Dott.ssa Serena De Felice

Serena De Felice è una Psicologa ad orientamento Gestaltico e Analitico Transazionale iscritta all’Ordine Regionale della Campania. Membro della SIPEV (Società Italiana di Psicologia Evoluzionistica).

Svolge interventi di prevenzione, diagnosi e di sostegno psicologico rivolto alla persona, alla coppia e alla famiglia. Inoltre si occupa di Training Autogeno, di attività di Coaching e di consulenze nel settore riabilitativo, educativo e dell’autonomia delle persone con deficit visivo. Riceve su appuntamento. Per contatti telefonare al 320.7938496 o tramite una mail all’indirizzo info@studiodefelice.org

Conoscersi attraverso i sensi

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Obiettivo del workshop è quello di acquisire maggiori competenze emotive e relazionali spendibili sia in ambito lavorativo che personale.

Il workshop è finalizzato a sviluppare la capacità di leggere e di comprendere i significati nascosti legati allo sviluppo dei nostri sensi. Nello specifico verrà dato maggiore spazio all’esplorazione della vista, dell’olfatto e del tatto, canali privilegiati nella conoscenza di noi stessi e nel contatto con il mondo. Per ognuno di questi sensi verranno svolte esperienze pratiche che metteranno in gioco la nostra capacità di sperimentare, scoprire ed esplorare il mondo attraverso l’incontro con noi stessi e con gli altri.

Il workshop è aperto a studenti, interpreti, operatori sociali, insegnanti, psicologi, counselor e a tutti coloro che desiderano conoscersi e sperimentarsi attraverso l’uso dei sensi.

 Disponibilità limitata dei posti

Prenotazione obbligatoria

 

Sede del workshop: Scuola di formazione CounseLis: Via Suarez 10, (Vomero) 80128 Napoli – Fermata metro Piazza Medaglie D’oro – Salvator Rosa

Giorni e orari: (sabato 21 Marzo dalle 10:00 alle 18:00 e Domenica 22 Marzo dalle 9:30 alle 14:00)

Il costo totale del workshop è di 90 euro (per gli studenti e per gli allievi della scuola di CouseLis è di 75 euro)

Per informazioni ed iscrizioni telefonare allo 081.5585518/328.8493076 o inviare una Email all’indirizzo gestaltnapoli@gmail.com

Condurranno il workshop:

Dott.ssa Serena De Felice (Psicologa ad orientamento Gestaltico e Analitico Transazionale)

Dott.ssa Anellina De Ponte (Psicologa ad orientamento Gestaltico e Analitico Transazionale)

Campioni sul tatami

 

Chi l’ha detto che il karate non possa essere praticato da persone disabili? L’associazione KarateMantova ha investito in questo progetto. Sognando che diventi disciplina paralimpica

Daniele Iacopini

Potenza, equilibrio, respiro, atteggiamento mentale, stile. Tutto questo è il karate, disciplina sportiva che, al tempo stesso, assurge a filosofia di vita. Come e più delle altre arti marziali. Di più: il karate, in barba alle più arretrate credenze popolari, è pratica difensiva, non offensiva. Ma ha in sé lo spirito del grande sport, della passione che rapisce e aiuta ad “aggredire” la

vita. Soprattutto quando si presenta carica di sconvolgenti insidie. Ne sa qualcosa Alice Cavrioli, 17 anni, su sedia a ruote dopo essere stata investita da un pirata della strada.
Un incidente che le ha fatto perdere l’uso delle gambe, non certo la grinta e la positività. Giusto il tempo di prendere coscienza della sua nuova situazione, infatti, ed ecco che il tatami diventa un nuovo palcoscenico, il giardino su cui ripiantare i semi di una nuova esistenza. «Già nel periodo di riabilitazione ospedaliera Alice ha manifestato la volontà di continuare a praticare karate con la nostra società a qualsiasi condizione», racconta il maestro Davide Reggiani, direttore tecnico dell’associazione sportiva KarateMantova e responsabile del progetto di integrazione delle persone disabili nel karate, oltre che membro della commissione tecnica nazionale del Centro sportivo italiano per questa disciplina. «Abbiamo subito accolto l’idea e iniziato a documentarci per poter esaudire questo suo desiderio e capire se esistessero già esperienze simili – prosegue il maestro –. Grandi spunti sono arrivati dal Belgio, dove viene praticato il karate in sedia a ruote anche con la partecipazione a gare internazionali. In questo modo siamo riusciti a dare il via a questo progetto, tra i primi a livello nazionale». Un progetto ambizioso, insomma, ma dalle fondamenta assai solide. Soprattutto perché la pratica di questa arte marziale aiuta a sviluppare l’autostima e la piena accettazione della propria persona. «Il karate non è soltanto un mezzo per far stare bene il nostro corpo, ma un mezzo per la mente e lo sviluppo dell’autocontrollo e del coordinamento motorio». Alla base del karate, infatti, ci sono sette regole che caratterizzano il bushi-do, letteralmente la “via del guerriero”: senso dell’onore, della giustizia, coraggio, lealtà, compassione, cortesia, sincerità. Regole per lavorare su se stessi, che si affiancano ai principi del dojo kun, i quali descrivono il karate, tra le altre cose, come la via per acquisire l’autocontrollo, il mezzo per rafforzare la costanza dello spirito e quello per migliorare il carattere.Ma come possono praticare il karate persone con limitazioni fisiche come la perdita dell’uso delle gambe o il controllo muscolare? «Le arti marziali si basano su dei principi logici – risponde Reggiani –. Una volta compresi i principi di un’arte marziale particolare, come il karate, il judo o l’aikido, allora si può insegnare questa arte agli altri, indipendentemente che abbiano o meno una disabilità. Quindi, in linea di principio, insegnare alle persone con disabilità non è diverso da qualsiasi altro insegnamento. Occorre solamente essere un po’ più creativi». Così, se un allievo non è in grado di tirare un calcio, è possibile trovare una tecnica sostitutiva che abbia più o meno lo stesso effetto: per esempio, un calcio frontale può essere sostituito da un pugno diritto, un calcio circolare da un pugno rotante, un calcio di schiena da un colpo di gomito e così via.

«Nell’insegnamento alle persone disabili l’unico limite reale deriva dall’ignoranza – conclude Reggiani –. Ma una volta accettata la sfida, chiunque può rendersi conto che le arti marziali sono praticamente per tutti. Ci vuole solo la voglia di imparare e un insegnante volenteroso. Le persone disabili imparano che le loro insicurezze hanno più a che fare con l’essere un principiante che con l’essere disabile, così come accade per i cosiddetti normodotati». E ora il sogno è quello di far entrare il karate tra le discipline paralimpiche, nella speranza di vedere gli atleti disabili competere fra tre anni a Rio 2016.
Intanto Alice continua ad allenarsi, perfezionando la precisione e l’eleganza del kata, un gesto tecnico pensato per i combattimenti figurati, controllando la forza in modo che nessuno si faccia male. Una costanza e una determinazione che le è valsa ottimi risultati a numerosi campionati nazionali e internazionali e una medaglia d’oro a squadre ai Regionali di Valeggio sul Mincio (Verona), dove si è distinta nel kata dimostrativo insieme a tre ragazze normodotate. Non solo: «Ha vinto lo scorso anno a San Bonifacio, nel veronese, la categoria del kata individuale insieme ai normodotati nei Campionati italiani del Csi – ricorda orgoglioso il maestro –. Un risultato stupefacente, perché Alice è poi giunta quarta ai Mondiali svoltisi a dicembre a San Marino, sempre con i normodotati». Ed è questo il colpo più duro – un sanbon – assestato alle avversità della vita.

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A Roma corsi per bambini ciechi e ipovedenti.

Ogni martedì pomeriggio, presso l’Istituto Sant’Alessio, si svolge un corso di karate per bambini ciechi e ipovedenti. Un’iniziativa divenuta realtà grazie alla sensibilità del presidente della sezione romana dell’Uic (Unione italiana ciechi), Giuliano Frittelli, e di Roberto Remoli, dell’Asd (Associazione sportiva dilettantistica) Roma 2000 onlus, in collaborazione con KarateMantova asd. Un modo per seminare speranza, per dare corpo al futuro attraverso giochi ed esercizi ludici che richiamano posizioni della disciplina sportiva. In attesa di aprire anche un corso per ragazzi-adulti ipovedenti e non vedenti.
La psicologa Serena De Felice coadiuva il corso nel rapporto genitori-figli: «Vogliamo far capire alle famiglie che questa pratica sportiva non è pericolosa. Il contatto e le tecniche sono controllati e alla base di ogni allenamento c’è una grande preparazione fisica e mentale». Inoltre nel karate si lavora sulle gambe: un modo per mettere radici, «per porsi in modo solido rispetto a una realtà che non vedi – aggiunge –. L’obiettivo è promuovere e favorire un sano sviluppo psicofisico dei ragazzi, incentivando la vita di gruppo come momento di crescita e autonomia e, allo stesso tempo, sviluppare competenze che migliorino le relazioni, stimolando la conoscenza di sé e del proprio corpo nello spazio». Dopo l’esperienza romana, sono in corso trattative per aprire corsi analoghi a Napoli e Bologna. [D.I.]

Fonte:

http://www.superabile.it/sfogliatore/index.aspx?pagina=27&anno=2013&mese=02

 

 

Scoprire la disabilità visiva

Scoprire la disabilità visiva del proprio figlio può essere traumatico per i genitori quando sono lasciati soli. Le risposte emotive sono molteplici. Molti genitori riferiscono che allo shock iniziale segue una grande tristezza. Al dolore possono aggiungersi sensi di colpa, soprattutto nella madre, come se la disabilità potesse essere una conseguenza di un qualche comportamento errato durante la gravidanza. Non mancano a volte ansie e paure legate al futuro che il piccolo dovrà affrontare. Alcuni genitori sperano che la diagnosi possa rivelarsi errata o che un “miracolo medico” possa restituire loro il bambino “sano” che avevano sognato. In questa situazione le famiglie potrebbero sentirsi sole ed inadeguate. I genitori di bambini disabili visivi possono invece avvalersi di esperti specializzati nella riabilitazione ed esperti capaci di aiutare ed elaborare le emozioni conseguenti alla scoperta del deficit del loro bambino, per evitare di assumere atteggiamenti di rifiuto o negazione della minorazione che possono influenzare negativamente lo sviluppo del bambino stesso. Anche l’incontro con altre famiglie che vivono esperienze simili può essere di grande aiuto per non sentirsi soli, per sentirsi compresi, per confrontarsi rispetto alle difficoltà che quotidianamente si incontrano. In questa fase è molto importante che i genitori operino in collaborazione con altri genitori e con professionisti preparati e sensibili che possono dar loro preziose indicazioni rispetto ai comportamenti più opportuni e alle strategie più efficaci da adottare. La relazione mamma-bambino, sopratutto, costituisce un elemento rilevante per favorire lo sviluppo motorio all’interno del mondo circostante. Interventi adeguati, attuati in età precoce, possono consentire di evitare i danni secondari al deficit visivo e favorire uno sviluppo adeguato nelle diverse aree. I genitori sono dunque i primi a poter creare occasioni di crescita per il proprio bambino organizzando lo spazio casalingo in modo adeguato e fornendo al piccolo esperienze e stimoli che possano permettergli di raggiungere il massimo grado di sviluppo possibile. E’ molto importante l’opera di supporto alle famiglie in questo difficile compito attraverso la fornitura di alcune indicazioni di base che possano favorire, fin dalla primissima infanzia, un clima di accettazione e una relazione positiva e serena con il figlio. Le famiglie di bambini con minorazione visiva si trovano ad affrontare difficoltà che riguardano la gestione quotidiana, la comunicazione, l’alimentazione, il gioco. Tutti i genitori hanno bisogno di tempo per imparare a conoscere il proprio bambino; a maggior ragione di fronte a qualche disabilità visiva che presenta esigenze specifiche. I genitori – oltre a tutta la cerchia famigliare – sono le prime persone che possono creare valide opportunità alla crescita del proprio figlio costruendo intorno a lui un ambiente il più possibile ricco di opportunità e di stimoli per consentire il massimo sviluppo delle sue potenzialità. Dal momento che la disabilità interferisce con le possibilità del piccolo di interagire con la realtà circostante, un intervento precoce ed efficace deve svilupparsi all’interno di tre ambiti fondamentali. 

 

  1. Il contesto relazionale: che si riferisce all’insieme dei rapporti tra il bambino e il mondo esterno. La mamma e tutte le persone coinvolte nell’educazione del piccolo devono favorire il più possibile i contatti con le persone e gli oggetti dell’ambiente.

  1. Il potenziamento compensativo: che consiste nell’aumentare la quantità di stimolazioni rivolte al bambino, fornendogli stimoli uditivi, tattili, cinestesici (percezione del movimento) e plurisensoriali al fine di facilitargli il contatto con l’esterno, incentivare i processi attentivi, la consapevolezza di sé e dell’altro da sé, favorire l’interesse e la curiosità verso la realtà circostante nonché lo sviluppo di competenze di base per la ricerca e l’esplorazione

  1. L’adattamento dell’ambiente: che consiste essenzialmente nel modificare e predisporre l’ambiente in modo che sia il più possibile adeguato alle esigenze del bambino e diventi quindi un elemento facilitatore nel processo di conoscenza della realtà circostante (ad es. si possono mettere giochi pendenti sulla culla, creare angoli con illuminazione di differenti colorazioni, creare percorsi tattili, ecc.).

Il bambino con disabilità visiva, benché segua un percorso particolare nel proprio sviluppo, parzialmente differente da quello del bambino normo-vedente, in presenza di un ambiente affettivo favorevole e di stimolazioni adatte può fare molta strada e avere un’evoluzione normale. Tali condizioni positive possono permettere di ridurre considerevolmente gli effetti negativi della disabilità sullo sviluppo e sull’apprendimento.

Dott.ssa Serena De Felice

 

“Un viaggio con loro e per loro” attraverso il Karate-do. Da arte marziale a disciplina educativa e sportiva socialmente accettabile.

Un passo lungo un cammino

E’ da più di un anno che coordino e partecipo a questa fantastica iniziativa pilota.  Con grande piacere ho intrapreso questo nuovo cammino e sono consapevole di aver imparato molto in questo periodo, soprattutto ho maturato la certezza che in questo lavoro è necessario possedere una grande professionalità equamente divisa tra la competenza tecnico-sportiva e quella psico-pedagogica. Ho avuto la fortuna di affiancare prima di tutto una persona di gran valore oltre che un atleta formidabile: Fabio.

Grazie al supporto delle due società sportive che insieme a noi hanno creduto in questo progetto, abbiamo avuto l’opportunità di sperimentarci e di condividere le nostre conoscenze per trovare il modo migliore per insegnare e seguire lo sviluppo sportivo dei nostri piccoli atleti.

Come docente psico-educativa ho dedicato parte delle mie competenze e del mio tempo ad affiancare Fabio nelle lezioni di karate con entusiasmo e umiltà.

Obiettivo principale è stato il potenziamento delle abilità motorie, di espressione di sé e dei propri vissuti e lo sviluppo di metodologie mirate all’autonomia del bambino con deficit visivo. Grazie all’integrazione con una bambina vedente abbiamo sperimentato un progetto di karate integrato tra bambini con disabilità visiva e non. Questo è un grande traguardo perché inizia a lanciare gli ami per un progetto più ampio che riguarderà il confronto con altri ragazzi nelle competizioni sportive.

Con grande gioia e soddisfazione ho intrapreso questo cammino “con loro e per loro” e con grande soddisfazione ho visto modificare pian piano la loro attenzione al corpo, in particolare alla stabilità o grounding, alle regole imposte sul tatami, al rispetto dell’altro e di chi li guida in questo cammino.

Un ringraziamento speciale va a chi ci ha sostenuto in questo cammino e ci ha permesso di realizzare tutto ciò. Grazie a Giuliano Frittelli presidente dell’Unione Italiana Ciechi di Roma, a Roberto Remoli presidente dell’A.S.D. Disabili Roma 2000 e a Davide Reggiani dell’A.S.D. Karatemantova, perché hanno creduto in questo progetto e ci hanno fornito i mezzi per proseguirlo.

Ci tengo inoltre a sottolineare l’impegno dei genitori che hanno accompagnato i figli in questo percorso nuovo credendo con noi che SI PUO’ FARE!

 

Quali stimoli dare al bambino che fa sport ?

Il bambino ricava piacere da ciò che fa. Lo motivano il confronto con i coetanei, la verifica dei progressi, la consapevolezza di poter affrontare nuove situazioni, la padronanza dei propri gesti, il rapporto con l’adulto che lo sa guidare e apprezzare per ciò che fa.

Per quanto riguarda lo sport, il bambino è portato per natura al gioco, a misurarsi, a competere per sentirsi più abile degli altri. Ha tutti gli stimoli necessari, ma ha bisogno di esprimerli in libertà, senza troppi schemi e l’obbligo di ottenere per forza il risultato. Il bambino più grande, trova stimoli dal bisogno di differenziarsi e dal desiderio di raggiungere le abilità e i traguardi possibili, di scoprire e sperimentare i propri limiti, di verificare i miglioramenti e di essere apprezzato per ciò che si impegna a fare. Passa, quindi, a motivazioni sempre più interiorizzate e personali che, in definitiva, costituiscono il legame più solido con lo sport.  Vuole sentirsi riconosciuto per le proprie capacità e aspettative e per come sa affrontare e modificare la realtà che lo circonda.

Se vogliamo usare tutte le sue motivazioni è importante offrirgli l’opportunità di contare per quello che fa, non forzandolo, ma chiamandolo a cooperare e lasciandolo sperimentare, lasciandogli spazi perché possa decidere e creare, e dandogli sempre nuovi obiettivi da raggiungere.

Dott.ssa Serena De Felice

 

Perchè le diete classiche non funzionano?

Partendo dall’analisi dei risultati delle numerose diete sul mercato, quello che emerge è che tutte sono efficaci, ma nessuna funziona veramente. Le persone che seguono una dieta riescono a perdere peso e a fruire per un periodo degli effetti benefici del dimagrimento, ma il problema che sorge è a livello del mantenimento del risultato. Spesso le persone riescono a perdere anche molti chili, ma nel corso del tempo facilmente li riprendono tutti se non di più. Se prendiamo in riferimento gli studi sulla compilance terapeutica, ovvero i dati relativi all’aderenza alla dieta da parte del cliente, i dati risultano essere sconcertanti. Solo il 10% delle persone che segue una dieta mantiene le abitudini alimentari corrette nel corso del tempo.Se, invece, diamo uno sguardo a quanto le persone seguano le indicazioni di medici e non, che prescrivono i cosiddetti farmaci miracolosi, i risultati salgono all’80%. La pillola della perfetta forma fisica, purtroppo, non esiste.

Questo mi porta a riflettere sui problemi che insorgono nel seguire un piano dietoterapeutico.

Ogni giorno ci troviamo di fronte a nuovi programmi ginnici e dietetici che promettono miracoli: ventre piatto, eliminazione di cellulite, glutei marmorei.

Uno dei problemi alla base, è l’idea comune che per avere una buona forma fisica bisogni arrivare all’esasperazione, al sacrificio infinito. Questo porta molte persone che seguono un programma di dimagrimento, dopo un po’, allo scoraggiamento di riuscire a raggiungere l’obiettivo prefissato.

Ritengo, quindi, che continuare ad utilizzare gli stessi modelli, le stesse diete miracolose, senza dare la giusta importanza a cosa stia dietro il problema del mantenimento, porti le persone che seguono una dieta alla solita delusione, all’esasperazione verso l’insuccesso con conseguenti stati depressivi e perdita di autostima.

Quello su cui non si focalizzano i programmi dietoterapeutici classici è la difficoltà che insorge in una persona tanto da mollare anche l’ennesimo tentativo. Il rischio è perdere di vista la persona stessa, alimentando, così, il senso di incapacità personale e togliendo l’attenzione sulla responsabilità e sulla capacità dell’individuo ad affrontare il problema.

Se si continuano a fare diete basate solo sullo sforzo e sul controllo, è naturale che queste risultino fallimentari.

La mia opinione è che durante il percorso terapeutico sia di fondamentale importanza far emergere risorse e lavorare sulle difficoltà che bloccano la persona nel raggiungimento del peso forma.

Il programma di Diet Coaching si propone come soluzione innovativa, in quanto accompagna la persona nel suo recupero del peso ideale sostenendola, motivandola e facendo emergere le risorse e le responsabilità che sono alla base del cammino verso il benessere.

I nostri clienti vengono seguiti dal punto di vista alimentare da uno specialista della nutrizione, il quale tenendo presente l’obiettivo dietoterapeutico aiuta la persona a recuperare le abitudini sane basate non solo sulla rinuncia, ma anche sul piacere del cibo e sulla responsabilizzazione della persona.

 

Di fianco, la mia figura accompagna le persone in questo percorso, dove offro uno spazio nel quale la persona che affronta lo stress della dieta possa dar voce alle convinzioni limitanti, alle difficoltà che incontra e, soprattutto, possa rendersi attore attivo del cammino verso la sua nuova vita Ri-scoprendo le risorse interne che possiede.

Il risultato di questo lavoro a sei mani (il coach, il nutrizionista e il cliente), è tanto il raggiungimento del peso forma quanto il mantenimento di uno stato di benessere psico-fisico.

Dott.ssa Serena De Felice

Psicologa e life coach

 

Life coaching

Il coach ha il compito di supportare la persona attraverso le proprie emozioni, attese, aspirazioni ed energie. Il coachee è la persona che si rivolge al coach. Lo scopo del life coach è il raggiungimento di un maggiore equilibrio interiore globale e la realizzazione di sogni ed obbiettivi desiderati dal coachee. Il coach non da consigli propri, non valuta, non giudica mai, non offre lui stesso le soluzioni ma aiuta il coachee a trovare le “sue” soluzioni in sintonia con le sue aspirazioni e lo stimola a prendere le decisioni che daranno un salto di qualità alla sua esistenza.

Si confrontano i vari momenti della vita, passato, momento attuale e si stabiliscono i cambiamenti per andare verso il futuro desiderato. Il coach aiuta a fare chiarezza nei settori della vita e a trovare la propria direzione e come muoversi per il miglioramento.

Nel caso del “diet coaching” , in collaborazione con un un nutrizionista, il percorso di miglioramento è finalizzato alla forma fisica e allo stato psico-fisico che è all’origine della situazione da migliorare, quindi alla perdita di peso e ciò che ne consegue come miglioramento della propria immagine, autostima, salute e stile di vita.

Il life coaching può riguardare qualsiasi settore della vita,  per esempio, migliorare i propri stati d’animo, i rapporti interpersonali, affettivi, famigliari, aumentare la propria energia, trovare maggiore sicurezza e determinazione, apportare dei cambiamenti che possono migliorare lo stato vitale e quindi la qualità della vita. Il coaching non è da considerarsi terapia in quanto non ci si focalizza sui problemi passati ma piuttosto si mettono le basi per portare cambiamenti utili e produttivi al cliente da ora in avanti.

Il coach non cura ma fornisce un supporto al coachee nel ritrovare in se stesso gli stimoli e la motivazione per ritrovare la forma psico-fisica desiderata o per cambiare una situazione personale e migliorarla. Per conoscere i propri desideri più profondi e quindi le proprie qualità.

 

Training Autogeno

Il Metodo del Training Autogeno fu ideato dal Dr. J.H. Schultz nel 1932.

Training significa “allenamento”, cioè l’apprendimento graduale di una serie di esercizi di concentrazione psichica passiva, particolarmente studiati e concatenati, allo scopo di portare progressivamente al realizzarsi di spontanee modificazioni del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell’attività organica, dell’equilibrio neurovegetativo e dello stato di coscienza. L’allenamento porta a modificazioni sempre più valide, precise e consistenti.
Autogeno significa “che si genera da sé”. Lo Stato Autogeno è una condizione di passività assoluta realizzata nella indifferente contemplazione di quanto spontaneamente accade nel proprio organismo e nella propria mente. In conseguenza dell’apprendimento di questo nuovo ed insolito atteggiamento si sviluppano spontanee modificazioni psichiche e somatiche di senso opposto a quelle provocate nella nostra mente e nel nostro corpo da uno stato di tensione, di ansia, di stress.

 

Gli esercizi del Training Autogeno si basano su una successione guidata di esperienze di concentrazione psichica che, per stadi, si focalizza sulle sensazioni di calma, di pesantezza, di calore e sulle sensazioni provenienti dai vari distretti corporei. L’apprendimento esperienziale di questi esercizi permette di acquisire, in breve tempo, la capacità di rilassarsi in qualsiasi momento e, in sintonia con le sensazioni provenienti dal proprio corpo, di sperimentare auto-controllo sulle funzioni altrimenti “involontarie” del proprio organismo (sulla distensione muscolare, la decontrazione vascolare, il respiro, il battito cardiaco e sulle funzioni degli organi addominali).

L’obiettivo implicito del Training Autogeno è arrivare ad uno stato di “commutazione organismica globale” mediante un allenamento regolare. In questo stato si prende coscienza dei processi fisiologici di distensione che avvengono nel proprio corpo: l’ipotonia (ossia il calo della tensione muscolare) viene vissuta come pesantezza e l’aumento dell’irrorazione sanguigna della pelle come calore.

 

Il Training Autogeno favorisce un riequilibrio funzionale dell’organismo nella sua globalità, a partire dal livello di tensione della muscolatura:  la riduzione dello stato di tensione della muscolatura globale (tono muscolare) ottenuta col training, così come l’attenuazione dello stato di veglia (vigilanza), sono facilmente misurabili con l’EMG – registrazione del decorso delle correnti attive muscolari – o con l’elettroencefalogramma (la registrazione del decorso delle correnti attive cerebrali).

Attraverso un allenamento regolare, la distensione coinvolge un numero via via maggiore di fibre muscolari, le quali, a loro volta, comunicano questo stato di rilassamento a determinate regioni cerebrali per mezzo degli impulsi nervosi. Ciò comporta a sua volta il coinvolgimento nella distensione delle funzioni controllate da queste regioni del cervello, il che alla fine induce al rilassamento di altri gruppi muscolari, compresi quelli intestinali e vascolari.

Attraverso questo processo, il Training Autogeno è utile per:

  • Un più profondo e rapido recupero di energie
  • Autoinduzione di calma
  • Autoregolazione di funzioni corporee altrimenti involontarie
  • Miglioramento delle prestazioni
  • Diminuzione della percezione del dolore
  • Autodeterminazione
  • Introspezione e autocontrollo

La pratica del Training Autogeno rende così possibile ridurre gli effetti dello stress sul nostro organismo, imparare a modificare la percezione del dolore fisico, affrontare meglio situazioni cariche emotivamente o fonte di ansia, migliorare il tono del proprio umore, recuperare energie e sviluppare una più profonda e funzionale esperienza di sé stessi e del proprio corpo. L’esperienza del training autogeno non richiede alcuno sforzo fisico e, con pochi minuti al giorno di esercizio tra un incontro e l’altro, assicura buoni risultati.

Perchè lo psicologo?

 

  • Problematiche esistenziali (“chi sono?”, “dove sto andando?”, “che senso ha la vita?”)
  • Difficoltà a prendere decisioni (“la lascio o resto con lei?”, “che università scelgo?”, “mi dovrei licenziare?”, “dovrei cambiare città?”)
  • Difficoltà legate all’orientamento sessuale (“come dico ai miei amici e genitori che sono gay?)
  • Evitare di cadere sempre negli stessi sbagli(“perché mi metto sempre con persone così?” “come va e come viene resto sempre fregato/a!”)
  • Periodi di ansia/stress/agitazione, attacchi di panico, fobie
  • Problematiche relazionali (“perché litigo sempre con tutti?”, “perché non riesco a farmi amici?”), timidezza
  • Problematiche relative alle emozioni (“perché non ce la faccio a trattenere la rabbia?”, “perché arrossisco sempre?”, “perché non riesco a parlare in pubblico?”)
  • Difficoltà sessuali (problemi di erezione, eiaculazione precoce, frigidità, cali della libido e del piacere)
  • Disturbi dell’umore (depressione, nervosismo, scatti d’ira)
  • Problematiche legate al cambiamento (divorzi, separazioni, trasferimenti, cambio lavoro)
  • Psicologia della personalità: conoscersi di più, capire il proprio carattere, studio della personalità
  • Training autogenoper la persona o gruppi
  • Sostegno e assistenza psicologica in caso di diagnosi diminoranza visiva, alla famiglia e all’individuo
  • Psicologia dello sport( Autoefficacia e prestazione sportiva, sport e consapevolezza, controllo livello di attivazione pre-gara, obiettivi di perfomance)

 

10848949_825403217524558_6438896973829191984_oNon conosco Me Stesso.

Non so Cosa Sono. Non conosco né le mie Possibilità né i miei Limiti. 

Esisto, ma non so in che Modo esisto.

Ritengo che le mie Azioni affermino la mia stessa Esistenza,
tuttavia Reagisco sempre alla Vita solo con una Parte di Me.

Reagisco o Emotivamente, o Intellettualmente o Fisicamente.
E non sono mai realmente ‘IO’ a Rispondere.

Credo anche di starmi Muovendo nella direzione
in cui voglio andare e credo di poter ‘Fare’,
ma in realtà sono Condotto, mosso da Forze di cui non so nulla.

Tutto in me prende Posto, tutto Accade.
Le Corde vengono tirate senza che ‘IO’ ne sappia niente.

Non vedo che sono come una Marionetta,
come una Macchina messa in moto da Influenze esterne.

-Jeanne de Salzmann

Perchè lo Psicologo

 

  • Problematiche esistenziali (“chi sono?”, “dove sto andando?”, “che senso ha la vita?”)
  • Difficoltà a prendere decisioni(“la lascio o resto con lei?”, “che università scelgo?”, “mi dovrei licenziare?”, “dovrei cambiare città?”)
  • Evitare di cadere sempre negli stessi sbagli(“perché mi metto sempre con persone così?” “come va e come viene resto sempre fregato/a!”)
  • Periodi di ansia/stress/agitazione, attacchi di panico, fobie
  • Problematiche relazionali (“perché litigo sempre con tutti?”, “perché non riesco a farmi amici?”), timidezza
  • Problematiche relative alle emozioni (“perché non ce la faccio a trattenere la rabbia?”, “perché arrossisco sempre?”, “perché non riesco a parlare in pubblico?”)
  • Difficoltà sessuali (problemi di erezione, eiaculazione precoce, frigidità, cali della libido e del piacere)
  • Disturbi dell’umore (depressione, nervosismo, scatti d’ira)
  • Problematiche legate al cambiamento (divorzi, separazioni, trasferimenti, cambio lavoro)
  • Psicologia della personalità: conoscersi di più, capire il proprio carattere, studio della personalità
  • Training autogeno per la persona o gruppi
  • Sostegno e assistenza psicologica in caso di diagnosi di minoranza visiva, alla famiglia e all’individuo
  • Psicologia dello sport( Autoefficacia e prestazione sportiva, sport e consapevolezza, controllo livello di attivazione pre-gara, obiettivi di perfomance)